Pantheon mt.1300 c.a.

Il Pantheon (“tempio di tutti gli dei”) è un edificio di Roma antica, costruito come tempio dedicato alle divinità dell’Olimpo. Gli abitanti di Roma lo chiamano amichevolmente la Rotonna, o Ritonna[1] (“la Rotonda”), da cui anche il nome della piazza antistante. Fu fatto ricostruire dall’imperatore Adriano tra il 118 e il 128 d.C., dopo che gli incendi del 80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione precedente di età augustea.
All’inizio del VII secolo il Pantheon è stato convertito in basilica cristiana, chiamata Santa Maria della Rotonda[2], o Santa Maria ad Martyres, il che gli ha consentito di sopravvivere quasi integro alle spoliazioni apportate agli edifici della Roma classica dai papi.

Colosseo mt.1000 c.a.

Il Colosseo, originariamente conosciuto come Anfiteatro Flavio o semplicemente come Amphitheatrum, è il più famoso anfiteatro romano, ed è situato nel centro della città di Roma. In grado di contenere fino a 50.000 spettatori, è il più grande e importante anfiteatro romano, nonché il più imponente monumento della Roma antica che sia giunto fino a noi.
L’anfiteatro è stato edificato su un’area al limite orientale del Foro Romano. La sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 72 d.C. e fu inaugurato da Tito nell’80 d.C., con ulteriori modifiche apportate durante il regno di Domiziano. Non più in uso dopo il VI secolo, l’enorme struttura venne variamente riutilizzata nei secoli, anche come cava di materiale. Il nome “Colosseo”, che deriva dalla vicina statua del Colosso del Dio Sole (adattamento del Colosso di Nerone), si diffuse solo nel medioevo. Ben presto l’edificio divenne simbolo della città imperiale, espressione di un’ideologia in cui la volontà celebrativa giunge a definire modelli per lo svago del popolo. Oggi è un simbolo della città e una delle sue maggiori attrazioni turistiche.
Era usato per gli spettacoli di gladiatori e altre manifestazioni pubbliche (spettacoli di caccia, rievocazioni di battaglie famose, e drammi basati sulla mitologia classica). La tradizione che lo vuole luogo di martirio di cristiani è destituita di fondamento. Esprime con chiarezza le concezioni architettoniche e costruttive romane della prima Età imperiale, basate rispettivamente sulla linea curva e avvolgente offerta dalla pianta ellittica e sulla complessità dei sistemi costruttivi. Archi e volte sono concatenati tra loro in un serrato rapporto strutturale.
L’edificio forma un’ellisse di 527 m di perimetro, con assi che misurano 187,5 e 156,5 m. L’arena all’interno misura 86 x 54 m, con una superficie di 3.357 m². L’altezza attuale raggiunge i 48,5 m, ma originariamente arrivava ai 52 m.
Il Colosseo, come tutto il centro storico di Roma, è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità dall’UNESCO nel 1980. Nel 2007 il complesso è stato anche inserito fra le Nuove sette meraviglie del mondo, a seguito di un concorso organizzato da New Open World Corporation (NOWC).
Oggi le sue condizioni di salute appaiono preoccupanti, visto che studi sulla sua struttura hanno evidenziato oltre 3.000 lesioni e un esteso stato fessurativo. Inoltre, nel 2012 è avvenuta la scoperta di un’inclinazione di 40 cm della struttura, probabilmente a causa di un cedimento della platea di fondazione su cui poggia.

Piazza Colonna mt. 1000 c.a.

Piazza Colonna a Roma deve il suo nome alla Colonna di Marco Aurelio che qui sorgeva sin dall’antichità, e che dà il nome anche all’omonimo Rione Colonna, di cui la piazza fa parte.
La piazza, costruita verso la fine del Cinquecento da Papa Sisto V, sorge sulla centralissima Via del Corso, vicino a Montecitorio e al Pantheon, non distante da Piazza Venezia.
La pianta della piazza ha forma rettangolare, con al centro la colonna di Marco Aurelio, ed è circondata da alcuni dei più importanti palazzi storici di Roma.
Qui, proprio davanti alla colonna, si trova l’entrata di Palazzo Chigi. già sede dell’ambasciata dell’Impero Austro-Ungarico ed oggi sede del Consiglio dei ministri.
Alla sinistra di questo si trova Palazzo Wedekind, storica sede del quotidiano Il Tempo, che presenta un porticato formato da antichissime colonne ioniche originarie della città etrusca di Veio (oggi compresa nel quartiere Olgiata).
Proseguendo in senso orario, vicino alla chiesa dei Santi Bartolomeo e Alessandro dei Bergamaschi si trova Palazzo Ferraioli, appartenuto, tra gli altri, alla famiglia degli Aldobrandini, oggi ospitante le sedi di rappresentanza delle regioni Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta.
Infine, affacciato alla piazza ma anche su Via del Corso, sorge il Palazzo della Galleria Colonna, ora Galleria Alberto Sordi, storico ritrovo delle classi agiate della Roma di un tempo.

Trinità dei Monti (Piazza di Spagna) mt. 870 c.a.

Piazza di Spagna, con la scalinata di Trinità dei Monti, è una delle più famose piazze di Roma. Deve il suo nome al palazzo di Spagna, sede dell’ambasciata dello stato iberico presso la Santa Sede.
Al centro della piazza vi è la famosa fontana della Barcaccia, che risale al primo periodo barocco, scolpita da Pietro Bernini e da suo figlio, il più celebre Gian Lorenzo Bernini.
All’angolo destro della scalinata vi è la casa del poeta inglese John Keats, che vi visse e morì nel 1821, oggi trasformata in un museo dedicato alla sua memoria e a quella dell’amico Percy Bysshe Shelley, piena di libri e memorabilia del Romanticismo inglese. All’angolo sinistro c’è, invece, la sala da tè Babington’s fondata nel 1893.
Dal lato di via Frattina sorge il Palazzo di Propaganda Fide, di proprietà della Santa Sede. Di fronte alla sua facciata, progettata dal Bernini (mentre la facciata laterale è invece del Borromini), svetta la colonna dell’Immacolata Concezione, che fu innalzata due anni dopo la proclamazione del dogma (1856).
La monumentale scalinata di 135 gradini fu inaugurata da papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725; essa venne realizzata (grazie a dei finanziamenti francesi del 1721-1725) per collegare l’ambasciata borbonica spagnola (a cui la piazza deve il nome) alla chiesa di Trinità dei Monti.

La monumentale scalinata di 135 gradini fu inaugurata da papa Benedetto XIII in occasione del Giubileo del 1725; essa venne realizzata (grazie a dei finanziamenti francesi del 1721-1725) per collegare l’ambasciata borbonica spagnola (a cui la piazza deve il nome) alla chiesa di Trinità dei Monti.
Venne progettata sia da Alessandro Specchi che da Francesco De Sanctis dopo generazioni di lunghe ed accese discussioni su come il ripido pendio sul lato del Pincio dovesse essere urbanizzato per collegarlo alla chiesa. La soluzione finale scelta fu quella di Francesco De Sanctis: una grande scalinata decorata da numerose terrazze-giardino, che in primavera ed estate viene addobbata splendidamente con molti fiori. La sontuosa, aristocratica scalinata, posta all’apice di un lungo asse viario che portava al Tevere, fu disegnata in modo che avvicinandosi gli effetti scenici aumentassero man mano. Tipico della grande architettura barocca era infatti la creazione di lunghe, profonde prospettive culminanti con quinte o sfondi a carattere monumentale. La scalinata è stata restaurata nel 1995.

Fontana di Trevi mt. 800 c.a.

La storia della fontana è strettamente collegata a quella della costruzione dell’acquedotto Vergine, che risale ai tempi dell’imperatore Augusto, quando Marco Vespasiano Agrippa fece arrivare l’acqua corrente fino al Pantheon ed alle sue terme.
Benché compromesso e assai ridotto nella portata dall’assedio dei Goti di Vitige nel 537, l’acquedotto dell’acqua Vergine rimase in uso per tutto il medioevo, con restauri attestati già nell’VIII secolo, poi ancora dal Comune nel XII secolo, in occasione dei quali si provvide anche ad allacciare il condotto ad altre fonti più vicine alla città, poste in una località allora chiamata “Trebium”, che potrebbe essere all’origine del nome. Il condotto dell’Acqua Vergine è il più antico acquedotto di Roma tuttora funzionante, e l’unico che non ha mai smesso di fornire acqua alla città dall’epoca di Augusto.
Il punto terminale dell’”Aqua Virgo” si trovava sul lato orientale del Quirinale, nei pressi di un trivio (“Treio”, nella lingua dell’epoca: altra ipotesi, abbastanza accreditata, sull’origine del nome). Al centro dell’incrocio venne realizzata una fontana con tre bocche che riversavano acqua in tre distinte vasche affiancate; risale al 1410 la prima documentazione grafica della “Fontana del Treio” (o “di Trevi”), così rappresentata. Poco tempo dopo, nel 1453, su incarico di papa Niccolò V, Leon Battista Alberti sostituì le tre vasche con un unico lungo bacino rettangolare, appoggiandolo ad una parete bugnata e merlata e restaurando i tre mascheroni da cui fuoriusciva l’acqua. Sulla parete fu apposta una lapide a memoria dell’intervento:

 (LA)
« NICOLAVS V. PONT. MAX.
POST ILLVSTRATAM INSI-
GNIBVS MONUMEN. VRBEM
DVCTVM AQVAE VIRGINIS
VETVST. COLLAP. REST. 1453 »
(IT)
« Nicolò V Pontefice Massimo, dopo aver abbellito con insigni monumenti la città, restaurò il condotto dell’Acqua Vergine dall’antico stato di abbandono nel 1453. »
Dopo vari interventi di scarso rilievo, un altro importante restauro di tutto l’acquedotto fu compiuto nel 1570 ad opera di papa Pio V; in quell’occasione furono anche riallacciate le sorgenti originarie.Dopo una serie di progetti presentati da vari architetti e mai posti in atto, verso il 1640 papa Urbano VIII ordina a Gian Lorenzo Bernini una “trasformazione” della piazza e della fontana, in modo da creare un nuovo nucleo scenografico nei pressi del palazzo famigliare (Palazzo Barberini) allora in fase di ultimazione, e che fosse anche ben visibile dal Palazzo del Quirinale, residenza pontificia. Bernini progetta una grande mostra d’acqua e, prima ancora di ottenere l’autorizzazione, inizia i lavori, finanziati, tra l’altro, dai proventi di una sgraditissima tassa sul vino imposta ai romani. Amplia dunque la piazza (che inizialmente era solo un trivio) demolendo alcune casupole a sinistra della fontana preesistente, quindi la ribalta ortogonalmente, sino ad arrivare all’allineamento odierno, rivolto verso il Quirinale. La mostra, nota da varia documentazione illustrata, doveva essere strutturata in due grandi vasche semicircolari concentriche, al cui centro un piedistallo, appena sotto il pelo dell’acqua, doveva servire come base per un gruppo, probabilmente incentrato sulla statua della “vergine Trivia”[1]. Ma i fondi per il progetto si esaurirono presto e vennero anche drasticamente tagliati a causa della guerra che il papa aveva dichiarato al Ducato di Parma e Piacenza: non venne scolpita alcuna statua centrale e il cantiere fu bloccato. Nello spostamento si persero anche le tracce della lapide di Niccolò V.
La morte di Urbano VIII, nel 1644, e il conseguente processo aperto contro la famiglia Barberini dal nuovo papa Innocenzo X comportò l’abbandono del progetto berniniano. Anzi, al Bernini, caduto in disgrazia per essere stato l’architetto della famiglia Barberini, venne affidato il semplice compito di prolungare l’acqua Vergine sino a piazza Navona, dove Francesco Borromini avrebbe dovuto realizzare una nuova mostra monumentale dinanzi al palazzo della famiglia del pontefice (Pamphilj).
Trascorsero quasi 60 anni prima che Clemente XI si ponesse di nuovo il problema di trovare una soluzione alla fontana di Trevi, ma i progetti di Carlo Fontana (un obelisco su un gruppo di rocce, sul modello della fontana dei Quattro Fiumi), di Bernardo Castelli (una colonna su una base rocciosa, con una rampa spirale), non ebbero miglior successo. Stessa sorte per i disegni di vari altri architetti, che prevedevano anche la parziale demolizione degli edifici che il Bernini aveva lasciato alle spalle della fontana.
Sembrava l’ultima occasione, perché la famiglia del successivo pontefice Innocenzo XIII (i Conti, duchi di Poli) aveva da poco fatto allargare le proprietà della famiglia fino alla piazza di Trevi, acquistando i due edifici dietro la fontana per rimpiazzarli con un palazzo nobiliare. Qualunque progetto di realizzazione di una fontana monumentale avrebbe dunque potuto compromettere e danneggiare il palazzo, ed era quindi da evitare accuratamente.Un curioso episodio si colloca nel pontificato del successivo papa Benedetto XIII, originario di Gravina di Puglia il quale, con spirito campanilistico, ai più noti architetti dell’epoca preferì artisti rigorosamente provenienti dal Meridione, i cui progetti risultarono però decisamente scadenti. L’unica opera realizzata fu una statua della “Madonna col Bambino”, del napoletano Paolo Benaglia, destinata forse al piedistallo che il Bernini aveva sistemato al centro delle due vasche. Lo strano dell’episodio consiste nel fatto che l’artista ha confuso la “vergine” cui fa riferimento il nome dell’acquedotto con la Madonna anziché con una ragazza che, come tramandato da una leggenda popolare riportata da Sesto Giulio Frontino, avrebbe indicato ai soldati inviati da Agrippa il luogo dove si trovava la fonte da cui avrebbe potuto essere prelevata l’acqua per il nuovo acquedotto, che dunque fu chiamato “Vergine” a ricordo dell’episodio. Stupisce che neanche al pontefice sia stata segnalata la ‘’gaffe’’. Della statua si sono comunque perse le tracce.

A parte dunque la parentesi decennale (dal 1721 al 1730) dei pontificati di Innocenzo XIII e Benedetto XIII, all’inizio del XVIII secolo quello della fontana di Trevi diventa un tema obbligato per i numerosi architetti residenti o di passaggio a Roma, e l’Accademia di san Luca (oggi Accademia di Belle Arti di Roma) ne fa il tema di diversi concorsi. Si conoscono disegni e pensieri di Nicola Michetti, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Fuga ed altri architetti italiani e stranieri.
La fontana attuale [modifica]

Tocca a papa Clemente XII, nel 1731, il compito di riprendere in mano le sorti della piazza e della fontana: nell’ambito delle grandi commissioni del suo pontificato che porteranno al completamento di grandi fabbriche rimaste incompiute, bandisce un importante concorso per la costruzione di una grande mostra d’acqua. Dopo aver scartato alcuni progetti che tentavano di preservare la facciata del palazzo Poli, l’attenzione venne posta sui disegni di Ferdinando Fuga, Nicola Salvi e Luigi Vanvitelli, con grande disappunto dei duchi di Poli, ancora proprietari dell’edificio, che avrebbero visto la facciata del proprio palazzo diminuita di due interassi di finestre e, inoltre, coronata dallo stemma araldico della famiglia del papa, i Corsini. Clemente XII non volle ascoltare ragioni, affidò i progetti ad una commissione di esperti e il bando venne vinto da Nicolò Salvi.

L’opera era impostata secondo un progetto che raccorda influenze barocche e ancor più berniniane al nuovo monumentalismo classicista che caratterizzerà tutto il pontificato di Clemente XII. Il Salvi riprende l’idea di fondo di papa Urbano VIII e di Bernini, cioè quella di narrare, tramite architettura e scultura insieme, la storia dell’Acqua Vergine. Il progetto di Salvi venne scelto anche perché più economico rispetto agli altri.
I lavori furono finanziati per 17.647 scudi (la moneta dello Stato della Chiesa). Questi fondi furono in parte raccolti grazie alla reintroduzione del Gioco del Lotto a Roma. La costruzione della fontana fu iniziata nel 1732, e papa Clemente XII la inaugurò nel 1735, con i lavori ancora in corso. Nel 1740, però, viene ancora una volta interrotta, per riprendere solo due anni più tardi. Tra le cause dei lunghissimi tempi di realizzazione dell’impresa, oltre all’indubbia grandiosità dell’opera, il notevole aumento dei costi e quindi dei fondi necessari, e le liti frequenti tra il Salvi e Giovanni Battista Maini, lo scultore incaricato dell’esecuzione della fontana. Nessuno dei due vedrà la conclusione dell’opera: Nicolò Salvi morì nel 1751 e il Maini l’anno dopo. Ma anche il papa non vide l’opera finita (e forse per questo volle inaugurarla in anticipo), e così il successore Benedetto XIV (che forse per lo stesso motivo pretese una seconda inaugurazione nel 1744).
La prima fase dei lavori termina nel 1747, quando vengono completate le statue e le rocce posticce. A Giuseppe Pannini fu affidato l’onere di portare finalmente l’opera a compimento, ma fu rimosso dal suo incarico a causa delle variazioni da lui eseguite sul progetto originale: i lavori subirono un ulteriore ritardo. Nel 1759 l’incarico fu affidato allo scultore Pietro Bracci, coadiuvato dal figlio Virginio. La fontana viene finalmente ultimata dopo l’esecuzione del complesso scultoreo centrale, durante il pontificato di papa Clemente XIII. Il 22 maggio 1762 (dopo trent’anni di cantiere), l’opera fu finalmente mostrata al pubblico in tutta la sua maestosità (e il papa la inaugurò per la terza volta).Dal primo bozzetto realizzato dal Maini alla realizzazione finale del gruppo scultoreo del Bracci, l’opera viene reinterpretata in chiave illuminista. Le nuove idee provenienti dalla Francia stavano infatti facendosi strada nella cultura romana: il cavallo nero ed il cavallo bianco di ispirazione aristotelica[non chiaro][senza fonte] trovano espressione nella esecuzione del Bracci.
Almeno dieci scultori hanno lavorato alla realizzazione della fontana di Trevi. Alla fine, però, essa diventa una scenografia e un simbolo fondamentale della Roma papale.

Piazza del Quirinale mt. 570 c.a.

è una piazza romana situata tra via del Quirinale e via XXIV Maggio, nei rioni I Monti e II Trevi [1], sulla sommità dell’omonimo colle. La piazza è delimitata a nord-est dall’imponente facciata del Palazzo del Quirinale, residenza ufficiale del Presidente della Repubblica, costruito negli anni 1573-1585 da Martino Longhi il Vecchio e poi (1578) da Ottaviano Mascherino come residenza estiva dei pontefici romani, fu successivamente ampliato dagli architetti Fontana, Ponzio, Maderno e Bernini [2].
Con la presa di Roma (20 settembre 1870), l’edificio divenne sede della monarchia e, dopo il referendum istituzionale (2 giugno 1946), sede della massima magistratura repubblicana.
Al centro della piazza si trova il grande gruppo scultoreo della Fontana dei Dioscuri, chiamata anche Fontana di Monte Cavallo, di età imperiale, proveniente dalle Terme di Costantino, raffigurante i gemelli Castore e Polluce, i Dioscuri, che tengono per le redini i loro cavalli [2]. Inserito nel gruppo, un obelisco che si trovava nel Mausoleo di Augusto [2].
Il lato est della piazza, è delimitato dal Palazzo della Consulta, già tribunale dello Stato Pontificio, poi Ministero dell’Africa Italiana, ora sede, dal 1955, della Corte Costituzionale [2].
Sul lato opposto della residenza presidenziale si trovano le Scuderie del Quirinale (secolo XVIII, Alessandro Specchi e Ferdinando Fuga) [2]. Restaurato integralmente (1997-1999) è ora utilizzato come sede per mostre d’arte.
Sul lato ovest della piazza una balaustra si affaccia sul panorama della capitale.

Piazza Barberini mt. 440 c.a.

Piazza Barberini è una piazza di Roma situata a cavallo tra il colle Quirinale e gli Horti Sallustiani, prende il nome dal Palazzo Barberini che vi si affaccia, anche se l’ingresso del palazzo, terminato di costruire nel 1625 su commissione del cardinale Francesco Barberini, è posto in Via delle Quattro Fontane.
Al centro della piazza è posta la Fontana del Tritone realizzata dal Gian Lorenzo Bernini nel 1643 su commissione del papa Urbano VIII Barberini.
La fontana, per molti una delle più belle di Roma, è stata realizzata in travertino e presenta, tra le code dei quattro delfini che sorreggono il tritone, due stemmi dei Barberini.
Da questa piazza, partendo proprio dalla fontana, fino al XVIII secolo partiva il carro che trasportava in corteo i cadaveri trovati sfigurati, per metterli in mostra nei punti più trafficati della città, affinché se ne potesse riconoscere l’identità
All’angolo con Via Veneto si trova la Fontana delle api, l’animale simbolo dei Barberini.
La piazza è famosa anche perché da qui si dirama Via Veneto, la via resa famosa dal film La Dolce Vita.

Palazzo Barberini mt. 300 c.a.

Il palazzo fu costruito nel periodo 1625-1633 ampliando nelle forme del primo Barocco il precedente edificio della famiglia Sforza creando una struttura ad acca, caratterizzata da uno spettacolare atrio a ninfeo, diaframma fra il loggiato d’ingresso e il giardino sviluppato sul retro. Autore del progetto è l’anziano Carlo Maderno, coadiuvato da Francesco Borromini.
Dopo la morte di Maderno il cantiere passa dal 1629 sotto la direzione di Bernini sempre con la collaborazione di Francesco Borromini, cui si devono numerosi particolari costruttivi e decorativi quali l’elegante scala elicoidale nell’ala ovest del palazzo, con la quale dialoga lo scalone d’onore berniniano a pianta quadrata nell’ala est.
Il grande salone al piano nobile è stato decorato nel periodo 1633-1639 da Pietro da Cortona con un affresco che raffigura Il trionfo della Divina Provvidenza e il compiersi dei suoi fini sotto il pontificato di papa Urbano VIII Barberini: si nota la potente prospettiva melozziana, da sotto in su. Allo stesso pittore e ai suoi aiuti si devono anche alcuni affreschi nella cappella. Altre sale sono state decorate, tra gli altri, da Andrea Sacchi e Giovan Francesco Romanelli.
Dopo la seconda guerra mondiale il palazzo è stato acquisito dallo Stato Italiano.
L’11 gennaio 1947, a seguito della scissione politica dell’ala riformista del PSI, nei suoi saloni vide la luce il Partito Socialista Democratico Italiano fondato da Giuseppe Saragat a quel tempo Presidente dell’Assemblea Costituente. A testimonianza dell’evento storico venne affissa una targa commemorativa sulla facciata principale.
Il palazzo, dopo anni di coabitazione fra Galleria d’Arte Antica e Circolo delle Forze Armate, è stato recentemente assegnato completamente alla prima. Oggi è in corso una attenta campagna di restauro che interessa edificio e giardino, che renderà fruibile al pubblico il palazzo nella sua interezza.
L’intento è quello di creare, in questa sede, una Galleria Nazionale vera e propria, con le opere esposte in ordine cronologico, ma con la possibilità di inserire nel percorso acquisti e integrazioni. A lavori e restauri ultimati, dunque, l’organizzazione della collezione sarà differente come concezione dalla struttura definita dalle collezioni storiche attualmente presenti a Roma, e godrà di un impianto molto più vicino ai grandi musei stranieri e sarà dotata, come questi, di tutti i più moderni servizi.
After the Wars of Castro and the death of Urban VIII, the palace was confiscated by Pamphili Pope Innocent X and returned to the Barberini only in 1653.

Piazza S. Croce in Gerusalemme mt. 800 c.a.

Alla sinistra delle strutture dell’anfiteatro (rilevanti resti del quale si conservano soprattutto dalla parte del viale Castrense), sulla piazza omonima, si staglia la basilica di S. Croce in Gerusalemme. L’edificio sacro deve il suo nome alla presenza, al suo interno, di alcuni frammenti della Croce di Cristo che Elena, madre dell’imperatore Costantino, aveva portato a Roma al suo ritorno da Gerusalemme nel 326. L’edificio sacro, fondato nel IV secolo venne radicalmente trasformato nel Settecento. L’attuale facciata, opera di Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua, si può considerare un capolavoro del “barocchetto” romano.
Nell’area a sinistra della chiesa, al numero 7 della piazza, si trova il Museo Storico dei Granatieri di Sardegna.
Al n. 9 il Museo Storico della Fanteria circondato da un grande parco nel quale si trovano i resti del c.d. Tempio di Venere e Cupido.
Al n. 9/A è situato il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali.
Lasciata la piazza, si prosegue per via Eleniana, lungo la quale si trovano i resti della cisterna delle terme Eleniane e si sbocca, quindi, in piazza di Porta Maggiore, dominata dalla maestosa mole di Porta Maggiore.
Da qui uscivano la via Praenestina e la via Labicana. Si tratta di un ingresso monumentale alla città realizzato nel 52 d.C. dall’imperatore Claudio, utilizzando le arcate del suo acquedotto che scavalcavano le due strade e che venne trasformato in porta con la costruzione della cinta di Aureliano.
All’esterno della porta si trova il Sepolcro di Eurisace, un monumento tardo-repubblicano, che accoglieva i corpi del fornaio Eurisace e di sua moglie Atistia.

Via Merulana mt 500 c.a.

Tornati in piazza di S. Giovanni in Laterano si imbocca via Merulana fino all’incrocio con via Aleardi,
che conduce al Casino Massimo (ingresso in via Boiardo 16).
Al suo interno l’edificio offre un’importante testimonianza del gruppo di pittori germanici della prima metà dell’Ottocento chiamati Nazareni.
 Proseguendo poi per via Berni si raggiunge via Tasso, dove al n. 145 di trova il Museo Storico della Liberazione di Roma che occupa l’edificio già sede del comando delle SS.
 Tornati quindi su via Merulana, all’angolo con via Labicana si nota, leggermente infossata rispetto alla via, la settecentesca chiesa dei Ss. Marcellino e Pietro.Tornati sulla piazza di Porta S. Giovanni si trova il monumento a S. Francesco, eretto nel 1927. La Porta S. Giovanni, venne aperta nel 1574 lungo il perimetro delle Mura Aureliane. Alla sua destra si scorge, ad un livello più basso, l’antica Porta Asinaria.
Proseguendo su via Carlo Felice, si può ammirare un lungo tratto delle Mura Aureliane. All’interno di una delle torri delle mura, la quarta,
si trova il piccolo oratorio di S. Margherita. Proseguendo lungo il viale e oltrepassato un moderno arco che si apre nelle mura,
si trova l’oratorio di S. Maria del Buon Aiuto. Proseguendo lungo il perimetro delle mura si riconoscono i resti dell’anfiteatro castrense facente parte del Palazzo Sessoriano, o Sessorium, il grande complesso che comprendeva il palazzo imperiale, l’anfiteatro e un circo iniziato al tempo dell’imperatore Settimio Severo e ristrutturato da Costantino.